di Luca Alagna

Il mondo del giornalismo, grazie al suo dinamismo, è un ottimo punto di osservazione per valutare i cambiamenti nell’editoria in generale.
Sono molti gli elementi del sistema che stanno subendo mutamenti, dal tipo di supporto ai modelli di business, mi vorrei concentrare, però, su quello più vicino ai contenuti: la redazione e i suoi possibili nuovi modelli.
I fondamentali della professione giornalistica hanno sempre sostenuto uno schema classico, ideale per affrontare la modalità tradizionale di formazione e distribuzione della notizia.
La “piramide alimentare dell’informazione” vedeva al vertice l’articolo stampato (o il servizio trasmesso) e alla base la raccolta dei dati grezzi, passando per la verifica, i collegamenti ecc. tutti in uno stesso ambiente.
La redazione come “cucina” è il modo ideale di affrontare questa situazione stabile, bilanciando libertà d’azione e una linea editoriale coerente.
Accentrare e controllare era conveniente, e alimentava correttamente la necessaria autorevolezza di una fonte d’informazione: se l’ha scritto il giornale, mi fido.
Quando, in un mondo più interdipendente, i campi di interesse si sono ampliati, i livelli alla base della piramide sono stati affidati sempre più alla specializzazione esterna: le agenzie di stampa e i loro circuiti.
Pur non intaccando l’impostazione, questo ha introdotto dei nuovi margini d’errore e dei nuovi standard di qualità: le notizie rischiano di assomigliarsi, di perdere personalità, un errore nelle fonti e molti rischiano di sbagliare.
Per compensare, la quantità di opinioni cresce rispetto a quella dei fatti.
In questa situazione arriva un nuovo predatore: il digitale.


Il cambiamento tecnologico restituisce un mondo più fluido e più connesso.
La risposta del sistema tradizionale è aumentare la velocità mantenendo la propria centralità.
Ancora oggi ci sono giornalisti che si lamentano di come il digitale abbia appesantito i loro compiti e assorbito molto più tempo di prima, dovendo tenere sotto controllo molte più cose.
Questo genera effettivamente più errori, più frustrazione e una qualità inferiore del lavoro.
In realtà il problema non è nel digitale ma nel voler continuare ad accentrare il processo giornalistico in un mondo estremamente fluido.
Perché continuare a voler coprire tutto quando ci si può finalmente permettere di approfondire?
È un problema che, naturalmente, coinvolge anche gli editori, restii ad abbandonare il vecchio modello di business per qualcosa di ignoto.
La risposta organizzativa che viene data è affiancare una “redazione internet” a quella esistente, separando la funzione digitale (come se i contenuti dipendessero solo dal supporto su cui li si pubblica) e rendendo difficoltosa la diffusione di una nuova cultura nel resto della redazione.


Questa è una foto del multimedia hub della rinnovata redazione del Wall Street Journal nel 2009:
WSJ multimedia hub from Innovations in Newspapers blog
la complessità del mondo esterno sembra entrare con prepotenza.
Il New York Times nel 2009 ha assunto internamente il primo Social Media Editor ed ecco l’ambiente in cui si muove, ripensato nel 2007:
la redazione del New York Times
by cheesebikini
sembra una redazione classica e ben strutturata, dove ancora si vede molta carta.
Si diffonderà la cultura digitale dei Social Media agli altri colleghi?
Il Guardian è una delle testate tradizionali meglio integrate con il digitale.
Dal 2009 offre una rubrica innovativa dedicata al data journalism e il rinnovo dei suoi ambienti di redazione è di pochi mesi prima:
la redazione del The Guardian
by smallritual
Il Daily Telegraph ha cercato la strada dell’integrazione totale alla fine del 2006 con questa organizzazione:
la redazione del Daily Telegraph


In ogni impostazione c’è il tentativo di legare l’organizzazione concettuale della redazione alla struttura degli spazi fisici.
Le scrivanie, gli armadi, i computer sembrano muoversi nel tempo anticipando i cambiamenti editoriali.
L’innovazione, però, sembra essere legata a nuove figure che prendono parte a questo balletto di mobilio rispettando le vecchie regole.
Se l’obiettivo è questa integrazione totale, il giornalista è un superuomo che mentre usa un computer con due monitor, tiene d’occhio tre canali tv, legge le quotazioni e probabilmente si consulta con i colleghi vicini di scrivania.
Il 15 gennaio 2009 Janis Krums a New York scrive un frammento di storia del giornalismo, anticipando ogni tv e quotidiano, e lo fa con un iPhone:
ammaraggio d'emergenza sull'Hudson a New York
E non fa neanche il giornalista.
Siamo sicuri che che il supergiornalista ci serva?


Oggi i quotidiani tradizionali ancora tentano di imporsi come l’unico filtro verso il mondo esterno e devono poter parlare di tutto.
Questa impostazione si vede anche nelle versioni online e nelle app per iPhone e iPad: ogni testata si propone come unico portale verso la comprensione del mondo.
Link, riferimenti, integrazioni di contenuto esterni sono rari.
Con tutta l’offerta che esiste adesso davvero quegli editori pensano che ogni lettore adotterà proprio la loro testata come unica e sola lente di ingrandimento?
Non sarebbe meglio ottimizzare gli investimenti?


Cerchiamo di vedere la questione da un altro punto di vista: prendo in prestito l’espressione di Jeff Jarvis, Reverse Syndication per ipotizzare un processo, e quindi una redazione, diversa.
La tecnologia digitale dovrebbe permettere al giornalista di liberarsi di molti pesi e concentrarsi di più sul suo compito istituzionale e sulla sua specializzazione.
Lo stesso si potrebbe dire per lo scrittore e anche per l’editore che non ha più bisogno di usare commercialmente un catalogo ma può concentrarsi nel curalo.
Cover what you do best, link to the rest.
Se mettiamo da parte la vecchia piramide dell’informazione ci accorgiamo che c’è una grande abbondanza di fatti, il compito del giornalista diventa quello di prendere questi fatti e scriverci una notizia.
Per fare questo deve affinare i suoi filtri digitali: ecco che la relazionalità tipica del mestiere si traduce anche su Internet.
È un’antenna che si fa attraversare da tutti i media modulandoli secondo le loro caratteristiche, è in questo che si realizza l’integrazione.
Immaginiamo una redazione leggera, ubiqua, complementare a cui arrivano naturalmente i fatti su cui scrive le singole notizie e le storie, che filtra, anche grazie al software, i dati che fluiscono continuamente e che può approfondire ingrandendo a piacimento ogni singolo argomento.


Partendo da questo punto di vista abbiamo anche un prodotto diverso, con un tasso di giornalismo (e quindi di qualità) superiore, in grado di sfruttare meglio le nicchie e il mercato della coda lunga.
È anche un prodotto ubiquo, che non ha bisogno di versioni digitali o redazioni dedicate perché offre già una struttura atomizzata dell’informazione ricostruibile in mille modi.
È un prodotto che si presta ad essere acquistato perché è unico nel suo genere, come il filtro risultante delle persone che lo creano.

Alcuni si chiederanno: che fine fa l’aspetto industriale dei media? Non sarà più possibile raggiungere determinate dimensioni?
Nulla vieta di passare da un unico blocco omnicomprensivo a molteplici prodotti interconnessi tra loro (dall’antica testata autorevole che esce solo su carta alle news specializzate in crisi internazionali fruibili su smartphone), possibilmente in grado di condividere lo stesso luogo.
Se questo accade probabilmente ci troveremmo di fronte a una struttura organizzativa nuova, flessibile e sinergica: una super-redazione dei network digitali.

Pubblicato il 26-11-2010 | Tags: , , | permalink

Una risposta a come cambia la redazione giornalistica con il digitale?

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