Le trasformazioni in corso nel sistema editoriale contemporaneo presentano rilevanti elementi di similarità con quelle occorse in Europa dopo l’avvento della stampa a caratteri mobili, ed il parallelo tra il mondo di allora e quello di oggi fornisce un valido aiuto per darci senso del caos. E’ questa, in estrema sintesi, la tesi proposta da Clay Shirky in un famoso e citatissimo blogpost del marzo 2009, a sua volta ispirato al lavoro di Elizabeth Eisenstein nel suo The printing revolution in early modern Europe.
Si tratta di un parallelo effettivamente utile per comprendere il tempo presente? E quali sono gli elementi più simili tra l’”età di mezzo” attuale e quella che si inverò in Europa nel Cinquecento? Per capirne qualcosa in più, abbiamo provato a chiederlo direttamente a Elizabeth Eisenstein. [NB: l'intervista che segue è stata pubblicata, in forma ridotta su Nòva- Il Sole 24 Ore, 23.04.09]




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D. Secondo alcuni commentatori, la transizione attualmente in corso nel mondo editoriale presenta diversi elementi di somiglianza con quella da Lei descritto in The Printing Revolution in early modern Europe. Da cui la domanda: come descriverebbe la descrizione Cinquecentesca? Che aspetto aveva la Repubblica delle Lettere nel 1500?

I paralleli tra l’introduzione dei caratteri mobili e internet in generale implicano un salto logico e cronologico troppo ampio. Tagliano fuori una serie di innovazioni tecnologiche di grande importanza come il telegrafo, la fotografia, il telefono, le fotocopiatrici, per nominarne solo alcune. Le attività di copia a mano sono continuate negli uffici legali fino all’avvento della macchina da scrivere [...] la xerografia ha intaccato l’integrità dei libri incoraggiando la copia da parte dei docenti di porzioni discrete dei testi, e la creazione dei cosiddetti “course packs” (uno standard de facto nei corsi universitari statunitensi, NdR). Le copisterie contemporanee somigliano a quelle dei copisti medievali, e sono similmente raggrumate intorno alle sedi universitarie.

Tutto ciò premesso, vi è però un carattere che riguarda specificamente il parallelo tra avvento della stampa ed avvento dei media digitali: penso all’apparizione nella fase embrionale di un grande numero di start-up, diverse delle quali sono destinate di lì a poco ad estinguersi. Le mappe che ci mostrano il fiorire delle stamperie nell’Europa del Cinquecento generalmente non danno conto del fatto che poche, tra quelle create, riuscirono a sopravvivere ed operare a lungo.

D. Oggi, secondo alcuni osservatori, la Rete sta giocando il ruolo che la stampa a caratteri mobili ebbe a giocare dopo Gutemberg. A causa (anche) di internet, i giornali di carta continuano a perdere copie, mentre il pubblico e gli inserzionisti volgono la loro attenzione verso il mondo digitale, dove le fonti editoriali si moltiplicano in tempo pressoché reale. Quali sono, a suo giudizio, le principali somiglianze tra i due periodi? E quale fu, nel Cinquecento, la reazione degli attori pre-esistenti di fronte all’innovazione gutemberghiana?
Lo ribadisco: dire che “la Rete sta giocando oggi il ruolo che la stampa a caratteri mobili ebbe a giocare dopo Gutemberg” implica un salto logico troppo ampio. Più plausibile è invece l’argomento secondo il quale internet sta sussumendo alcune delle funzioni precedentemente svolte dai giornali del diciannovesimo e ventesimo secolo.  
Dopodiché, se mi chiede quale fu la reazione da parte dei copisti, degli uomini di Chiesa, dei professori di fronte alla stampa a caratteri mobili, le rispondo che essa non fu assolutamente arrabbiata e pregiudizialmente luddista come alcuni l’hanno dipinta in passato. In realtà, i copisti si ritrovarono con più lavoro di prima, presi com’erano dalla decorazione a mano delle pagine- e degli spazi vuoti- dei primi libri a stampa. Alcuni di questi artigiani divennero stampatori (si prenda ad esempio Peter Schoeffer). Altri si specializzarono nella ricopiatura a mano dei libri, a partire dalle commesse dei loro mecenati. I due tipi di testi venivano venduti negli stessi negozi, e sistemati gli uni accanto agli altri nelle biblioteche. I venditori di manoscritti continuarono a fare affari anche dopo la comparsa degli stampatori. Insomma, il libro ricopiato a mano continuò a coesistere con quello stampato per diversi secoli dopo l’avvento di Gutemberg.
Non solo: la reazione degli uomini di Chiesa, dei diplomatici e dei docenti universitari fu tutt’altro che rassegnata. Predicatori come Savonarola e Geiler von Keysersberg furono più che contenti di vedere i loro sermoni riprodotti in più copie. Gli stampatori tedeschi furono invitati dalle élite francesi, italiane e spagnole perché creassero delle stamperie anche a Sud. La prima stamperia italiana fu realizzata all’interno di un monastero, salvo essere spostata a Roma poco dopo. Ed erano le suore del convento di Ripoli a condurre una delle botteghe più fiorenti di questo periodo. Certo, ci furono anche lamentele per il lavoro frettoloso e trascurato di alcuni stampatori, e i nuovi imprenditori furono talvolta raffigurati come mercenari. Ma nel complesso la divine art fu ripetutamente celebrata in quanto capace di rendere i libri più economici e più facilmente accessibili agli studenti ed ai prelati meno abbienti, di standardizzare le liturgie religiose ed in generale di aiutare l’”avanzamento della conoscenza”.

D. Il problema, osserva Shirky, è che mentre il collasso delle istituzioni vecchie è relativamente veloce, la comparsa e l’affermazione di quelle nuove può richiedere molto tempo. Da questo punto di vista, pensa che la disponibilità di strumenti di comunicazione e coordinamento ubiqui e real time possa velocizzare il processo di comparsa di nuove e rafforzate istituzioni editoriali?
Non sono così sicura che la scomparsa delle istituzioni tradizionali si possa realizzare in tempi tanto rapidi. La Chiesa Cattolica è antichissima, ma non mi sembra minimamente sul punto di collassare. La bibbia a stampa in volgare esiste da ormai cinquecento anni, ma continua a circolare per il mondo come allora- peraltro, il commento di Shirky secondo il quale la bibbia sarebbe stato un “libro comune” al tempo dei copisti è fuorviante: per la parte in cui possono esistere “libri comuni” (e ci sarebbe da discutere su questo) prima di Gutemberg essi erano più probabilmente rappresentati dai Libri delle ore, dagli almanacchi o da racconti delle vite dei santi più o meno brevi. [...].
Nondimeno, tornando all’attualità, è indubbiamente vero che i giornali e le case editrici appaiono in grande difficoltà, e l’intensità con la quale si registrano oggi chiusure in questo comparto non ha precedenti. Forse, la maggiore minaccia alle entrate pubblicitarie dei periodici è legata alla semplicità con la quale le persone possono ordinare e ricevere ogni sorta di bene senza lasciare la propria scrivania e senza scorrere un solo rigo di giornale. Ai suoi tempi, l’apparizione della stampa incoraggiò la nascita di forme inedite di pubblicità e di dialogo tra produttori e fruitori (penso ad esempio allo scambio dei pamphlet, all’avvento delle “lettere al direttore” ed altre).

Pubblicato il 17-01-2011 | Tags: , , , , | permalink

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