Viviamo in tempi tiepidi, e stavo per farmene una ragione. Raggiunta la maturità senza neanche aver superato l’adolescenza, mi ritrovavo sempre più spesso a reinterpretare Barney alle cene con vecchi e nuovi amici, un po’ choccati dalle mie intemperanze argomentative. Considerate che non tengo lo zucchero in casa o un televisore e tantomeno un’automobile. Non solo: l’immaginario televisivo mi annoia a morte, tanto che non riesco nemmeno a indignarmi a bacchetta per la prevedibile telenovela a luci rosse dell’uomo solo al comando.

Foto di @jj_maloy, distribuita con licenza Creative Commons

“Non ci salveranno Vendola né Marchionne”, dico, giocherellando col ghiaccio del bicchiere. No, non mi straccio le vesti di fronte all’intelligenza di un Oscar Giannino e non mi sdilinquisco nell’immaginarlo nuovo direttore al Sole24Ore. Solo i software di High-Frequency Trading, il tramonto dorato di Goldman Sachs e l’odissea dell’Euro e del debito sovrano riescono ad appassionarmi un po’, ma le considero mie stravaganze senili, passioni eccentriche à la Jacques Tati.
Quando ne parlo, mi guardano con un sorrisetto a metà tra il rictus e la compassione. Non vi dico se sono femmine, perché con un simile repertorio innalzo bandierine e conquisto territori a mani basse nel mio personale risiko dello scacciafighismo.
Viviamo in tempi tiepidi, pensavo, e invece ho dovuto ricredermi.

Fate un esperimento. Prendete tre o quattro vostri amici di lungo corso, persone che frequentate da una vita e invitatele a cena. Fatto? Benissimo. Ora, mentre siete lì che stappate un qualunque Verdicchio di Jesi o piuttosto un Barbaresco, se avete cucinato un secondo robusto a base di carne, provate a lanciare qualche frase sull’avvento del libro elettronico. Magari fate trasparire una vaga apprensione per le sorti del libro cartaceo, senza calcare la mano. Fatto?
Mal ve ne incolga: anche se siete amici da sempre, con cui vi volete un sacco di bene e che magari sanno, come nel mio caso, quanto siano importanti i libri nella vostra vita, di lì a poco un’amabile discussione si trasformerà in una lotta al coltello sul futuro del libro. Se va bene, non ritirerete fuori l’argomento per i prossimi dieci anni; se va male, vi accuseranno apertamente: “tu vuoi distruggere i libri della nostra libreria! Dovrai passare sul mio cadavere! La fine della cultura, la fine della civiltà, il monopolio del male”. E via così.

Nella cultura occidentale il libro è l’equivalente della mucca sacra indiana.

Le migliaia di persone che ho visto scegliere professioni non umanistiche, che per campare non si abbeverano alle mammelle della cultura (ingegneri, economisti, manager, impiegati dell’industria e dei servizi vecchio stampo) vivono la loro letterarietà come seconda vita schizofrenica. Amano pensarsi uomini e donne migliori perché durante la settimana guidano équipe che installano altoforni in Romania, ma il sabato e durante le feste comandate leggono Proust o Stieg Larsson. E sono disposti a uccidere pur di difendere questa loro proiezione di un sé migliore, che legge beato e incurante delle durezze del vivere.

Uccidere me, che vivevo in tempi tiepidi e scopro che per incendiarli basta far bruciare la carta proteggendo le storie che ci sono dentro.

[Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul blog di Vanity Fair]

Pubblicato il 27-01-2011 | Tags: , , , , | permalink

Una risposta a Il futuro del libro? Buttiamolo in vacca (elettrica)

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