[la visione tascabile di questa settimana è di Matteo Balocco, user experience designer, è responsabile di Canone Simplicissimus, un progetto dedicato alla qualità e al design degli ebook. Scrive anche su We Never Existed e sul suo blog personale (matteobalocco.it).]

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Quando si parla di tipografia il pensiero può correre verso due tipologie di definizione distinte: la prima è quella che si trova sui dizionari, quindi a uso del grande pubblico. È più legata alla fisicità del mestiere e riguarda prevalentemente caratteri mobili e lastre inchiostrate, laboratori e botteghe; la seconda – che invece si recupera dalle esperienze di chi pratica quotidianamente quel mestiere – descrive un’arte, una competenza al servizio del testo, della letteratura, e del lettore.

Inutile dire che sono entrambe descrizioni valide: nei fatti ognuna di esse definisce un contesto d’applicazione assolutamente competente, ma nella sostanza si tratta sempre di descrizioni parziali e limitanti, che tendono a ignorarsi ed escludersi vicendevolmente.

Ora, se la parola è il nostro strumento privilegiato per l’interpretazione della realtà, è evidente che nel caso della tipografia coesistono almeno due interpretazioni, una legata alla produzione e l’altra alla fruizione del testo. Da un lato il tipografo lavora per onorare il testo (vedere a proposito il testo sacro della tipografia moderna, il Bringhurst), per trasmettere fedelmente al lettore la struttura mentale dietro al testo che l’autore ha materializzato nel manoscritto, dall’altro il lettore rimuove (o ignora) completamente questa parte e si concentra sull’aspetto più squisitamente tecnologico.

Ciò mi fa tornare in mente il vecchio adagio secondo cui il buon design è quello minimale, discreto, autoesplicativo, invisibile.
Lo afferma Dieter Rams e lo ribadisce, tra gli altri Bruno Munari, il quale aggiunge – come chiosa – che il design migliore fa sembrare ovvio e inutile l’apporto del designer.

Un paradosso ben noto al tipografo, insomma, però è anche un paradosso vero, perché da lettori tendiamo a dare per scontata la buona fattura di un testo ma ci accorgiamo immediatamente quando un libro difetta di cura tipografica, e prontamente ne traiamo le dovute conseguenze in termini di disponibilità all’acquisto o alla lettura.

Ebbene, se buona parte delle valutazioni qualitative sull’oggetto libro avvengono – per lo più automaticamente e inconsciamente – prima dell’acquisto qual è il valore della cura tipografica nel contesto della produzione di ebook, dove la prima valutazione avviene di norma dopo aver pagato e scaricato il file binario?
L’errore più comune è pensare che la cura tipografica riguardi unicamente questioni come la scelta di un carattere, delle sue dimensioni e del layout di pagina. Nella realtà il tipografo, e a maggior ragione l’ebook-designer, realizza innanzitutto una mappa navigabile di contenuti e offre strumenti di orientamento alla lettura utilizzando i materiali a sua disposizione. Tornando al discorso iniziale, usa la tecnologia per consentire una lettura efficace e confortevole.

Il primo dovere di un libro – ovvietà – è essere fruibile. Il contesto attuale degli ebook ci pone però di fronte a una serie di dati di fatto che rendono molto rara la piena soddisfazione di questo dovere. Di certo buona parte delle responsabilità su una parziale fruibilità universale degli ebook dipende direttamente dalla guerra dei formati e dall’adozione dei DRM proprietari, ma sembra sempre più evidente che sia necessario prendere in considerazione anche un differente approccio progettuale, nel quale l’ebook non sia una semplice traduzione digitale del suo fratello maggiore cartaceo, ma abbia proprie peculiarità e caratteristiche.

Come si può, del resto, progettare un libro senza conoscere a priori dimensioni del foglio, margini, caratteri utilizzabili, eccetera e mantenendo in ogni caso alti standard di qualità?
Una risposta può venire da 15 anni di esperienze analoghe maturate nel campo del webdesign, ambito che presenta molte analogie con quello dell’ebookdesign.
Nel webdesign si è passati gradualmente (e soprattutto man mano che i motori di rendering lo consentivano) da un approccio puramente presentazionale a uno semantico. La progettazione, contestualmente, ha preso in considerazione prima una fruizione esclusiva (qualcuno ricorda il famigerato “best viewed with…”?), poi legata al concetto della graceful degradation, infine si è passati – non ovunque, per la verità – all’approccio del progressive enhancement.

Il progressive enhancement è un paradigma che prevede potenziamenti (miglioramenti visuali o di interazione) graduali a seconda del supporto fornito dal device in uso. Viene fornita una versione di base del testo, fruibile in maniera simile da tutti i reader di base, e poi vengono predisposti degli accorgimenti tecnici che consentono una visualizzazione più raffinata man mano che determinate funzionalità sono rese disponibili dallo strumento di lettura (inteso come abbinamento tra hardware e software, ovviamente).

Diventa essenziale individuare modalità per identificare i device di lettura e poi verificare quali tipologie di informazioni, funzionalità, interazioni possono essere implementate in maniera non invasiva. La device detecion nell’ambito degli ebook reader non è semplicissima ma nemmeno impossibile. Riferendoci agli ePub, per esempio, possiamo ragionare su alcune modalità più o meno affidabili:

  • uso di tecnologie proprietarie
  • supporto di linguaggi di scripting
  • supporto di direttive CSS3
  • presenza di bug specifici (da evitare, possibilmente)

A partire da queste identificazioni di base se ne aggiungono gradualmente altre finalizzate alla definizione di situazioni specifiche quali:

  • Tipologia di device (Android, iPod Touch, iPhone, iPad)
  • Dimensioni e orientamento dello schermo in uso
  • Caricamento condizionale di fogli di stile
  • Supporto di sillabazione del testo
  • Supporto di caratteri tipografici personalizzati

Già oggi il tipografo di ebook può lavorare quindi, combinando queste variabili, per creare ebook che offrono al lettore le seguenti caratteristiche, a seconda del tipo di strumento di lettura usato:

Lettori e-ink con Adobe Digital Editions o su iPad con Bluefire Reader:

  • Font personalizzati
  • Layout condizionali*
  • Stili tipografici condizionali*
  • Sillabazione (supporto parziale)

* al variare delle dimensioni dello schermo

IBOOKS su iPad o iPhone

  • Font personalizzati (supporto parziale)
  • Stili condizionali (al variare dell’orientamento dello schermo)
  • Sillabazione
  • Interazione con linguaggi di scripting

ALDIKO su Android

  • Interazione con linguaggi di scripting
  • Sillabazione

Sempre fornendo un unico file ePub, debitamente validato ePubCheck.

Come si può facilmente capire, se il tipografo tradizionale aveva a disposizione tutta una serie di scelte relative alla definizione dell’oggetto fisico “libro”, l’ebookdesigner deve invece procurarsi strumenti per muoversi e orientarsi adeguatamente in un vasto spazio di possibilità, nel quale non esiste un unico aspetto per il libro in questione, ma una infinità di libri, potenzialmente diversi tra loro per impatto estetico, modalità di navigazione, funzionalità avanzate.
A partire da questa base tecnologica e progettuale, potrà poi impostare gli stili tipografici che definiranno l’identità del libro e dell’editore.

(Questo articolo descrive alcune delle premesse e dei risultati di un progetto denominato Canone Simplicissimus, dedicato alla definizione di linee guida per la qualità degli ebook. Informazioni, dati ed evoluzioni del progetto potranno essere discusse all’url http://canone.simplicissimus.it/)

Pubblicato il 29-11-2010 | Tags: , , | permalink

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